Movimento Antagonista Livornese
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Giovedì 04 Febbraio 2010 19:38

FATTI DI PISTOIA: REVOCATI GLI ARRESTI DOMICILIARI

I 6 imputati sotto processo avranno solo l'obbligo di dimora nella Provincia e obbligo di permanenza notturna in casa dalle 21 alle 7

Il giudice Luciano Costantini ha accolto la richiesta di revoca delle misure cautelari richiesta dagli avvocati dei 6 imputati per i fatti di Pistoia che adesso avranno solo l'obbligo di dimora notturno. Un altro passo verso il ripristino della "normalità" in questi 4 mesi in cui la situazione giudiziaria degli imputati ha sempre avuto un carattere di eccezionalità. Il giudice infatti fra le motivazioni di questa decisione ha messo la caduta dell'accusa di devastazione e saccheggio (che ricordiamo prevede una pena dagli 8 ai 15 anni di reclusione). Per 4 mesi il comitato di sostegno agli imputati livornesi ha continuato a denunciare il fatto che il reato di devastazione e saccheggio era tenuto in piedi solo per giustificare le misure detentive per i 6 imputati, tutti incensurati.

Era dunque verosimile l'impressione che tutti avevano avuto nelle tre udienze svolte fino ad oggi, cioè che i fatti si stavano ridimensionando e l'accusa e i suoi testimoni erano caduti più volte in contraddizione.

Anzi, sembra addirittura eccessivo l'obbligo di dimora per l'unica donna imputata nel processo visto che i due presenti dentro Casa Pound hanno più volte ribadito di non aver visto donne e i testimoni non sono nemmeno riusciti a indicarla durante i riconoscimenti.

Insomma, un altro piccolo passo avanti in un processo che piano piano si sta ridimensionando come recita anche l'ordinanza del giudice: "I fatti risultano notevolmente ridimensionati nella loro gravità"

da www.senzasoste.it



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Fatti di Pistoia - terza udienza
Venerdì 29 Gennaio 2010 22:20

Si è tenuta nella giornata di stamani la terza udienza del processo che vede coinvolti 7 imputati, di cui quattro livornesi, per l’irruzione nel circolo Agogè-CasaPound di Pistoia, avvenuto l’11 ottobre 2009. In questa terza riunione sono stati ascoltati alcuni testimoni dell’accusa, quattro tra ispettori di polizia e dirigenti digos che quel giorno hanno condotto le prime indagini, M. D., consigliere del circolo Agogè, e due dei sette accusati.


Riconoscimenti farsa. Il processo si è aperto con la fase dei riconoscimenti.  Ad indicare i presunti colpevoli M. D., esponente del circolo Agogè – Casapound e l’altro testimone dell’accusa, M. L. proprietario della pizzeria adiacente il circolo Agogè – Casapound. Il confronto si sarebbe dovuto svolgere all’americana, ovvero mischiando gli accusati con delle persone somiglianti. Ma è stato palesemente una farsa. In primis perché M. D., essendo parte civile nel processo, ha potuto fin dalla prima udienza accedere ai fascicoli coi riconoscimenti fotografici, avendo quindi il tempo per memorizzare gli accusati. Tecnicamente poi, ci sono state diverse mancanze. Le persone che hanno affiancato gli accusati (i presunti “sosia”) erano poliziotti e per di più di Pistoia, quindi persone note in un città piccola e per soggetti come M. D. e M. L., impegnati in politica e frequentatori dello stadio. Ai poliziotti è stato perfino permesso di mantenere i propri cellulari e quindi la possibilità di comunicare con l’esterno. Avevano poi caratteristiche palesemente differenti dagli accusati per età (dai 40 ai 50 anni!), per corporatura e segni particolari (uno stempiato, un altro con la barba bianca!). In un caso però è bastato invertire un accusato e un poliziotto (di 50 anni) che si prestava a fare da somigliante per far confondere gli accusatori che non hanno saputo dare una precisa risposta.  Nel caso dell’unica donna coinvolta invece, dove gli affiancamenti sono stati fatti in maniera più idonea, gli accusatori non hanno saputo riconoscere  l’imputata. Ogni commento è superfluo.


I testimoni dell'accusa, una contraddizione dietro l’altra. E’ stata poi la volta della deposizione di M. L., gestore della pizzeria che ha sede accanto a Casapound e del suo aiutante M. R.. Sono loro, insieme al M. D. di Casapound, i testi principali dell’accusa. La loro deposizione, timorosa, confusa e piena zeppa di contraddizioni, e che ha rivelato l’inconsistenza dei tanto attesi  riconoscimenti  visivi, getta una pesante ombra sull’operato di chi ha condotto le indagini. E’ risultato evidente a tutti che entrambi i pizzaioli sono entrati a far parte di un gioco più grande di loro, nel quale sono co-responsabili delle detenzione di sette persone estranee ai fatti  e verso il quale dovranno fare i conti con la propria coscienza. Senza rievocare tutto il dibattimento occorre qui sottolineare le madornali contraddizioni tra i due colleghi di lavoro. Entrambi dichiarano che quel pomeriggio erano intenti a trasportare un oggetto pesante lungo la strada del circolo Agogè (per M. L. è una stufa, per M. R. una lavatrice!) e che sono stati distratti dalla corsa (“fuga”) di un gruppo di circa 20-25 persone che arrivava alle loro spalle. Pensando che fosse successo qualcosa nei pressi del circolo e ricevuta la conferma dopo una telefonata (della moglie di M. L., impegnata in quel momento nella pizzeria), M. L. dice che si sono precipitati verso il medesimo abbandonando la stufa-lavatrice sul marciapiede mentre M. R. afferma che hanno portato l’oggetto a destinazione e solo dopo si sono incamminati verso il circolo e la pizzeria. E qui è emerso uno dei particolari più interessanti della giornata odierna. M. L. dichiara di tornare verso la pizzeria (accanto al circolo) per assicurarsi dello stato della moglie, che nel frattempo sta medicando un taglio al M. D.. Dichiara di non rivolgersi in nessun modo alla persona ferita e di prendere subito il motorino (con M. R.) per fare un giro nei dintorni e tentare di individuare i responsabili. In precedenza interrogato sui rapporti con Casapound, M. L. dichiara di non avere rapporti, se non di considerare alcuni di loro clienti della pizzeria. M. R. al contrario ricorda che entrambi si sono rivolti al M. D. mentre questi era in fase di medicazione, di essersi informati tramite lui sull’accaduto e di essere penetrati all’interno del circolo di Casapound per valutare i danni. Un approccio umanamente comprensibile visto l’accaduto o c’era una conoscenza pregressa? M. R. non ha dubbi e svela candidamente che esistono dei rapporti tra Casapound e M. L., che è solito mandare i figli a giocare a “calcino” (biliardino) nel circolo di Casapound. Rivelazione pesante, che conferma la poca attendibilità del test M. L. e i suoi rapporti pregressi con Casapound. Comica alla luce della rivelazione del M. R., la precedente affermazione di M. L. circa il possesso della tessera della CGIL e della sua ipotetica vicinanza “al rosso”. E’ quanto meno difficile pensare che una persona di sinistra mandi a giocare i figli in una sede fascista. A imparare cosa, il saluto romano?


M. L. amico di Casapound. Anche oggi 1+1 fa due? In ogni caso, deve essere stato un brutto colpo la rivelazione del collega pizzaiolo circa i suoi rapporti taciuti con Casapound. Del resto, in fase di interrogatorio, il tentativo di occultare questo rapporto, ha sfiorato più volte il paradosso, come nella situazione, già citata, in cui di fronte a M. D. lievemente ferito a un braccio, M. L. dichiara di non rivolgergli la parola e di non chiedergli niente circa l’accaduto. Una circostanza umanamente insostenibile. M. L., decisamente abbacchiato a fine interrogatorio, come consolazione ha ricevuto la pacca sulla spalla dal capo della Digos. Uno dei tanti particolari che riempiono di stranezze queste giornate di dibattimento. La presenza ossessiva di Digos e Polizia, oggi visibilmente agitati e turbati dalla scarsa credibilità dei testimoni, rivela un clima inusuale, nel quale probabilmente l’imbarazzo per aver montato su degli innocenti pesanti e insostenibili accuse, comincia a emergere, tradendo evidenti nervosismi.  


Da testimoni della difesa a indagati. E’ forse anche per questa svolta, infelice per l’accusa, che alcuni dei restanti testimoni della difesa, le cui deposizioni sono state rimandate all’8 marzo, sono stati informati di essere indagati. Ora che l’estraneità ai fatti dei primi 7 accusati sta emergendo, insieme all’inconsistenza dei test dell’accusa e al sempre più inquietante ruolo degli investigatori pistoiesi, si toglie ai test della difesa la possibilità di fornire ulteriori materiali che confermino la verità sostenuta dal principio dagli accusati.


Le deposizioni degli indagati
I due indagati interrogati nella seduta odierna, Elisabetta Cipolli e Alessandro Orfano. hanno inizialmente descritto, in modo coerente e lineare, gli spostamenti e le attività che hanno svolto nella giornata dell’11 ottobre 2009. Il dibattimento è proseguito poi con le domande dell’avvocato di parte civile, del pubblico ministero e dell’avvocato della difesa: i due hanno risposto a tutte le interrogazioni, dimostrandosi, al contrario dei testimoni dell’accusa, spontanei e naturali, senza mai cadere in contraddizione. Nel corso delle deposizioni è stato illustrato il carattere dell’assemblea dell’11 ottobre al circolo primo maggio a cui parteciparono gli indagati:  si trattava di una fase preparatoria in vista di un nascente coordinamento regionale che aveva il fine specifico di denunciare l’incostituzionalità della legge sulle ronde, di recente approvazione. È emerso dunque chiaramente che l’assemblea non aveva niente a che vedere con il circolo Casa Pound Agogè o con la presenza di militanti neofascisti sul territorio pistoiese. La  nostra impressione è stata che, dopo la deposizione dei due imputati, tutti i presenti, dal giudice al pubblico, abbiano ascoltato per la prima volta la verità.
Alla fine dell’udienza, alla luce degli elementi emersi, gli avvocati della difesa hanno chiesto nuovamente la liberazione degli imputati. Il collegio giudicante deciderà entro 5 giorni.

 



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Fatti di Pistoia - seconda udienza
Giovedì 28 Gennaio 2010 09:13

Si è svolta ieri mattina la seconda udienza del processo che vede coinvolti 7 imputati, di cui quattro livornesi, per l’irruzione nel circolo Agogè-CasaPound di Pistoia, avvenuto l’11 ottobre 2009. In questa seconda riunione sono stati ascoltati alcuni testimoni dell’accusa, quattro tra ispettori di polizia e dirigenti digos che quel giorno hanno condotto le prime indagini, Massimo Dessì, consigliere del circolo Agogè, e Alessandro Tomasi, consigliere comunale del PdL, entrambi all’interno del circolo al momento dell’irruzione.

1+1 fa sempre 2”

Nella loro ricostruzione dei fatti, ispettori di polizia e dirigenti della Digos hanno cercato di confermare il teorema costruito sin dai primi minuti successivi al fatto e che ha portato all’arresto dei 7 militanti che, lo ricordiamo, si trovavano all’ex circolo Primo Maggio per partecipare ad un’assemblea. Un ispettore in particolare, alla domanda sul perché le attenzioni degli inquirenti fossero state da subito rivolte verso il Primo Maggio, ha risposto con disinvoltura “perché 1+1 fa sempre 2”. Il capo della Digos ha poi affermato che non sono state condotte indagini parallele perché una fonte confidenziale (presunta, aggiungiamo noi, peraltro mai interrogata formalmente in questura) avrebbe indicato agli agenti di rivolgere le proprie attenzioni proprio verso il Primo Maggio. In realtà, soprattutto tra le prime due e le ultime due deposizioni, sono emerse importanti contraddizioni, ad esempio la presenza di almeno un giornalista (de La Nazione) davanti al circolo Primo Maggio già al momento della prima identificazione, circostanza invece negata dalla Digos: una prova di come gli inquirenti fossero già convinti di aver incastrato i colpevoli (perché altrimenti invitare i giornalisti per una semplice identificazione?).

Nessuna devastazione e saccheggio

Dalla deposizione di tutti i testi, nessuno escluso, appare sempre più evidente che chiunque sia entrato nel circolo non possa essere accusato di un reato grave quale “devastazione e saccheggio”. Gli unici oggetti danneggiati sono stati i vetri della porta. Alcuni libri e tre felpe sono state gettate a terra, così come un tavolo e il computer che vi era sopra. Nient’altro e soprattutto niente di strappato o incendiato, come espressamente chiesto dal presidente del tribunale (come peraltro si evince dalle foto). Dessì e Tomasi, come spiegheremo meglio in seguito, hanno confermato di non essere mai stati colpiti dagli aggressori affermando che l’azione non è durata più di tre minuti.

Dessì il fascista

Alla precisa domanda di uno dei tre avvocati difensori che gli hanno chiesto di cosa si occupi il circolo Agogè-CasaPound, Dessì ha risposto: “siamo un’associazione culturale”. Incalzato dall’avvocato che gli ha letto stralci del programma politico di CasaPound, in particolare il punto 18, il cui obiettivo è quello di riscrivere la Costituzione, Dessì ha affermato di non esserne a conoscenza (!). L’avvocato ha quindi chiesto se si riconosceva nella definizione che gli stessi militanti di CasaPound danno di se stessi, ovvero di essere “i fascisti del terzo millennio”. Il giudice, malgrado il tentativo di opposizione del pm, ha ritenuto la domanda legittima e Dessì ha risposto che lui e la propria associazione condividono gran parte degli ideali del fascismo.

Da segnalare come il militante di CasaPound abbia cambiato già due versioni rispetto a quella dell’11 ottobre, quando disse di non saper riconoscere chi fosse entrato nel circolo: il 13 ottobre tornò sui propri passi descrivendo approssimativamente chi aveva visto; il 27 gennaio, in tribunale, ha cambiato l'età di chi è entrato per primo, la descrizione della maglia che indossava e ne ha perfino tracciato l’altezza. Un dato non di poco conto: aver accettato il circolo Agogè e lo stesso Dessì come parte civile ha permesso a lui e, volendo, a tutti i militanti di CasaPound, di visionare i fascicoli e le foto riguardanti gli imputati. Ogni commento ci apre superfluo.

Ma l’apice nella deposizione di Dessì è stato raggiunto quando questi ha dichiarato di aver riconosciuto “senza ombra di dubbio” tra i protagonisti dell’azione Della Malva e Bartolozzi, aggiungendo “di essere amico sin da bambino” di quest’ultimo “tanto da salutarlo quando capitava di incontralo per strada”. Per chi come noi non ha bisogno della sentenza di un tribunale per sapere che i due sono totalmente estranei ai fatti, al pari degli altri cinque imputati (Bartolozzi si trovava nei pressi della stazione ferroviaria in attesa di altri compagni che avrebbero dovuto accompagnare al Primo Maggio), quanto dichiarato da Dessì appare una vigliaccata di gravità inaudita.

La prova negata

La richiesta di uno degli avvocati della difesa di poter accedere al verbale dell’interrogatorio fatto in questura al Dessi è stato abbastanza inspiegabilmente negato dal pm. Un atteggiamento quantomeno anomalo da parte di un pubblico ministero. La deposizione rilasciata in questura da Dessì il giorno 13 ottobre, come possiamo verificare anche dalla prima sentenza emessa dal tribunale del riesame, dette infatti il là alla seconda ondata di arresti ed appare in netto contrasto con le dichiarazioni di ieri mattina.

Il consigliere comunale del PdL

Alessandro Tomasi, colui che secondo la sua deposizione e anche quella di Dessì nei momenti di concitazione all’interno del circolo ha usato una scala per difendersi dagli aggressori facendo scudo allo stesso Dessì che si riparava dietro di lui, ha detto di non aver riconosciuto nessuno, né dai volti né dall’abbigliamento (ci chiediamo come sia possibile che se lui non ha riconosciuto nessuno Dessì, al contrario, possa ricordare anche i minimi dettagli). Tomasi ricorda solo 7-8 uomini (“non c’era nessuna donna al momento dell’irruzione” ha detto, confermando quanto dichiarato pochi minuti prima da Dessì e smentendo di fatto quanto detto da Digos e Polizia che parlano di una fantomatica ragazza bionda) privi di segni particolari di riconoscimento, uno con un bastone, uno con una catena e altri cintole alla mano. Tomasi ha infine dichiarato che gli aggressori uscirono dal circolo spontaneamente.

Prossima udienza

Domani, venerdì 29, avrà luogo la terza udienza in cui saranno ascoltati gli altri testimoni dell’accusa insieme a quelli della difesa. Dessì verrà nuovamente interrogato sugli accusati e al pari degli altri testimoni dell’accusa procederà al “riconoscimento” che consiste nell’accostare ciascun imputato a quattro persone scelte a caso ma che dovrebbero somigliare agli imputati nei tratti somatici e nella struttura fisica. Il teste può riconoscerne uno o nessuno.

 

La redazione di Senza Soste



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Fatti di Pistoia
Sabato 23 Gennaio 2010 15:11

SCARCERATO DELLA MALVA E TOLTI I DIVIETI DI INCONTRO E COLLOQUIO AGLI ALTRI IMPUTATI.

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Fatti di Pistoia: 20 gennaio è iniziato il processo - prima udienza
Giovedì 21 Gennaio 2010 16:05

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