| Progetto per un centro di quartiere |
| Martedì 20 Gennaio 2009 17:13 |
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Sant'Andrea: un sguardo sulla situazione attuale
La zona attraversata da via dei Terrazzini e via Sant'Andrea è un laboratorio sociale in perenne trasformazione. Il numero di attività commerciali rilevate da cittadini stranieri sta crescendo di giorno in giorno, così come i fenomeni di speculazione edilizia: serrata delle attività degli abitanti nativi, trasformazione di fondi commerciali in monolocali e affitto degli stessi. La presenza migrante è estremamente variegata: a vista è possibile incontrare indiani, pakistani, nigeriani, senegalesi, marocchini, tunisini, rumeni, albanesi, tutti abitanti e frequentanti la zona. La densità di cittadini stranieri nel quartiere è probabilmente la più alta di Livorno (considerando gli irregolari, ovviamente); sicuramente questa zona è quella che più hanno trasformato a livello sociourbanistico, tanto da mutarne in maniera irreversibile i connotati tradizionali. Questo fa sì che si creino spontanei quanto inevitabili fenomeni di insofferenza negli abitanti italiani, non tanto legati ad un pericolo reale e intenso (microcriminalità o altro) quanto dovuti alla reazione rispetto al vedere stravolto il "volto" delle strade in cui hanno vissuto, magari da generazioni. Questa zona sta anche diventando il luogo privilegiato per i tentativi di ricomposizione comunitaria di questi soggetti: esistono attività di soddisfazione dei bisogni primari (alimentari, negozi di abbigliamento), ma anche e soprattutto attività di un livello più elevato, indirizzate alla riappropriazione del contatto culturale e sociale con la propria realtà di origine. Sono infatti presenti circoli aggregativi (come quello chiuso recentemente), phone center, agenzie per l'invio di denaro all'estero, negozi di generi alimentari che vendono prodotti tipici di importazione. E' dunque da via dei Terrazzini che si muovono i tentativi di ricongiungimento parentale, di creazione di un luogo familiare all'interno dell'ostilità latente del territorio ospitante. Questo tentativo di riurbanizzazione dal basso volto alla creazione di uno spazio vitale e minimamente autonomo (a sua volta frammentato dalla coabitazione di più etnie) è uno degli "effetti collaterali" di un'opera di ghettizzazione gestita dall'alto, da parte di speculatori dell'immobile e nella quiescenza tacita dell'amministrazione. La riconnotazione culturale di un luogo da parte dei suoi abitanti non solo è un diritto, ma è anche un processo di autodifesa e di salvaguardia interiore. Accanto a questo fenomeno c'è quello dell'"accerchiamento" culturale e della privazione di identità zonale di una comunità di livornesi che in molti casi vive in quelle strade da generazioni. La popolazione sembra essere costituita soprattutto da anziani, il che peggiora le cose, considerando che più si invecchia e meno si è disposti a cambiare la propria visione del mondo. A questo aggiungiamo le tattiche di creazione mediatica del nemico pubblico operate dai media, particolarmente efficaci nell'anziano, il quale non ha altro modo di giudicare il migrante considerando che non lavora e non ha una grande vita sociale. Sentirsi "estraneo" in casa propria produce insofferenza e disagio; sono queste le basi psicosociali che fungono da apripista al pregiudizio e alla xenofobia, nonchè alla disponibilità di fronte alla retorica di chi è razzista per ideologia o di chi ha velleità securitarie e di oltranzismo identitarista. Al tempo stesso gli abitanti nativi soffrono il disagio - anzi i disagi - tipici di qualsiasi altra realtà territoriale, accentuata dal fatto di vivere in uno dei quartieri a matrice popolare tradizionalmente più povero della città (non dimentichiamo che via dell'Oriolino fa angolo con via dei Terrazzini), ma soprattutto in uno dei quartieri che ha dato maggiore spazio alle attività microcriminali di "insediamento stabile" storiche, per così dire: prostituzione, spaccio, ricettazione, gioco d'azzardo. E' logico supporre che esista una proprietà immobiliare che è stata ben disposta in passato a speculare su questi fenomeni, e che ha abbracciato, oggi, il businness dell'immigrazione e del suo indotto. Una continuità che non dovrebbe stupire, soprattutto nell'assenza di intervento dell'amministrazione e della questura, che "ha bisogno" di zone franche all'interno della città, sia per ragioni di sfogo sociale che per ragioni di controllo. La vita del quartiere è dunque percorsa quotidianamente da diverse problematiche: tutte quelle legate alla precarietà e al carovita per cittadini stranieri e nativi. Ma in più quelle specifiche: per i primi il dramma del permesso di soggiorno, dello sfruttamento lavorativo, della mancanza di diritti e servizi fondamentali, dei traumi psicologici che l'isolamento culturale e sociale provoca nell'individuo (spesso causa di derive verso la criminalità, che è la più semplice sintesi tra lo sfogo dell'odio e la ricerca di un sostentamento dignitoso); per i secondi gli attriti derivanti dalla non conoscenza delle dinamiche e dei soggetti con cui si convive, e gli effetti negativi di forme nuove di microcriminalità e di degrado, nonchè la svalutazione delle proprie proprietà in loco... Quali sono stati gli interventi di tipo organizzato sulla situazione in questione? Da parte delle istituzioni, nessuno. Neanche la "crisi" della ronda leghista ha dato i suoi frutti, visto che quelle -poche- promesse fatte dal sindaco non sono state rispettate (controllo situazione alloggi, presenza istituzionale e associativa). Da parte ecclesiastica c'è stato invece un lavoro capillare e intenso di amplificazione e giustificazione delle tendenze istintive della popolazione autoctona. Tra le forze politiche e associative, la prima a intervenire quando si è presentato un evento esemplare (l'accoltellamento) che ha dato il via alla "catarsi" sociale, è stata La Lega Nord proponendo maggiore sicurezza, ronde dei cittadini, espulsione dei migranti dal quartiere. Le iniziative di tipo politico delle altre forze in campo (DS, Arci, Rifondazione, c.s.a. Godzilla, Sincobas migranti) sono state di tipo emergenziale ed episodico, più o meno centrate nell'analisi ma vaghe nel proporre tipologie di intervento praticabili. E' innegabile infatti che esista un grave ritardo e imbarazzo da parte dei militanti che si rifanno ad una cultura di sinistra a intervenire con efficacia sulla questione. L'amministrazione ha accolto per ora il punto più facile da soddisfare tra le richieste di clero, leghisti e furor di popolo: maggiore presenza delle forze dell'ordine. Per mesi una pattuglia (a turno polizia, carabinieri, finanza) ha presidiato Piazza dei Mille, il cuore vivo delle attività vitali degli abitanti, stranieri e non. Innumerevoli controllo sono stati effettuati "contro" le attività commerciali degli stranieri, abbassando molto la loro redditività e allontanando numerosa clientela livornese, soprattutto giovanile, che stava legando con la nuova realtà urbanistica, e ne era positivamente attratta. Episodi di ingiusti abusi (secondo i nostri parametri, ovviamente) sono stati numerosi. I luoghi dello spaccio di droghe pesanti non venivano, ovviamente, pattugliati con tale assiduità, in quanto l'agente medio è spesso solo un lavoratore medio, che cerca di faticare il meno possibile, cercando di dimostrare però al tempo stesso che sta svolgendo il compito che gli è stato assegnato dai suoi superiori. Fermi casuali, richiesta di documenti a "rastrellamento", ispezioni inutili in luoghi sicuri e pubblici, caccia al clandestino (magari lavoratore, come è successo sotto gli occhi di molti) sono le soluzioni dell'agente medio alle proprie esigenze.
Previsioni e scenari del futuro prossimo
Detto questo, sono ravvisabili i primi segnali di un fenomeno che sta nascendo, e che farebbe fare quel "salto di qualità" a Livorno, da sempre indietro decenni (a volte per fortuna) rispetto ad altre realtà metropolitane: quello della seconda generazione di migranti. E' proprio in questo quartiere che si possono vedere per strada le prime madri che portano in giro i propri figli, per ora ancora quasi tutti nel passeggino... Il sorgere di una seconda generazione comporta tutta una serie di conseguenze che, mentre da una parte fanno nascere problemi nuovi e più intensi, dall'altro crea però le condizioni minime per un intervento di tipo sociale e politico, anche da parte dei movimenti. Gli immigrati nati su suolo straniero vivono il disagio tipico di chi deve ogni giorno scegliere tra due modelli culturali, quello natìo e quello della comunità in cui vive; al tempo stesso i componenti quest'ultima vivono la scelta tra la ricerca di una integrazione, o il rifiuto netto, che può risolversi o nella fuga o nel conflitto. E' precisamente questa la fase in cui tutti i nodi vengono al pettine, e non è più possibile nascondersi dietro a pretesti come la clandestinità, l'incapacità di comunicare, l'andirivieni di facce sconosciute continuo che impedisce la reciproca conoscenza. E' con la seconda generazione che si esce dalla xenofobia (sbagliata ma "naturale") e si entra nel razzismo, nello scontro culturale. Lo stesso vale per questi figli di migranti: o accettare tutto e cercare un angolo nel sistema socioeconomico, oppure rinchiudersi in dinamiche identitarie, di banda (spesso etnicamente connotata) o addirittura abbracciando cause di manifesta ostilità, come il fondamentalismo religioso. E' forse possibile fare qualche previsione, alla luce di quello che sappiamo già accadere in altre realtà. Di fronte all'inasprirsi dell'attrito culturale e sociale tra migranti di seconda generazione e nativi si possono presentare a grandi linee due soluzioni: la fuga o il conflitto. Molto dipende dalla strategie urbanistiche, ma molto dipende anche dal comportamento della comunità nativa. Livorno è una territorio particolare: nel nostro caso lo spiccato carattere popolare della città, e la mancanza di una egemonia dello stile di vita borghese, spesso predominante in altre città del centronord, fa sì che un atteggiamento di scontro sia più plausibile, rispetto ad uno passivo. Le prime avvisaglie sono già state notate in scontri tra giovani e livornesi e migranti, soprattutto basate su questioni di spaccio o banali risse. L'atteggiamento passivo potrebbe sembrare meno problematico, invece è indubbiamente il peggiore: consiste in un esodo degli abitanti nativi in quartieri sicuri, e nella creazione, spesso sostenuta e gestita dalle amministrazioni, di grandi quartieri-ghetto periferici, con tutte le conseguenze che non vale la pena qui ricordare. L'atteggiamento "resistente" consiste invece nella difesa dei propri quartieri, dai quali spesso non è possibile il trasferimento per ragioni economiche. Si tratta di un atteggiamento tipico delle città e dei quartieri operai o comunque di estrazione proletaria. Questa reazione sfocia nella "guerra tra poveri", ma è migliore della precedente, perchè lo scontro avviene comunque in una situazione di convivenza, che è obbligata, ma è pur sempre umana e sociale.
A ciò si deve aggiungere che il fenomeno della ghettizzazione in quartieri periferici pare non interessare le città portuali, che tendono invece ad concentrare la presenza di migranti nel centro storico o nelle zone limitrofe; anche Livorno sembra non sfuggire a questa dinamiche, che però, ripetiamo, è da considersi migliore, in quanto impedisce di fatto le strategie di occultamento della questione migrazione e della convivenza. Al momento non pare esistano, nè da parte di movimenti e associazioni, nè da parte dell'amministrazione, strategie di intervento a medio-lungo termine per opporsi alla degenerazione dei rapporti sociali tra comunità di migranti e comunità native. La destra intanto continua l'opera di creazione del nemico pubblico: ultimo episodio, un articolo della Nazione a tutta pagina su una banale rissa nel quartiere, che precede l'arrivo (che combinazione!) di Gasparri a Livorno prima delle elezioni per un convegno dal titolo "Sicurezza e immigrazione: le proposte di AN"
Quale approccio?
E' evidente che in questa fase è difficile per chiunque svolgere un lavoro di tipo politico e sociale che abbia come obbiettivo i diritti dei migranti e che non voglia "governarli", ma coinvolgerli in prima persona. Esistono forti difficoltà di comunicazione, dovute a fattori contingenti (scarsa conoscenza della lingua), ma anche all'incapacità di recepire culturalmente i nostri messaggi. I movimenti sociali veicolano i propri messaggi e comunicano la propria azione politica utilizzando canali di informazione e linguaggi precisi e collaudati, ma che sono plasmati dalla e sulla nostra cultura e storia sociale. Il cittadino italiano sa come, dove, quando trovare l'informazione che gli interessa, sa come selezionarla, come decodificarla, sa come riprodurla. Gli studiosi si stanno rendendo conto che siamo in grado di recepire un messaggio solo se esso si "muove", per così dire, all'interno di un background culturale comune, che si stende come un velo su tutte le parole e i discorsi che pronunciamo, senza accorgercene. Quando queste cosiddette formazioni ideologiche discorsive comuni sono assenti, inconsciamente rifiutiamo il messaggio, anche se esso contiene informazioni o interpretazioni della realtà che ci sarebbero utili o che ci troverebbero d'accordo. I migranti parlano e pensano discorsi fondati su background culturali subcoscienti lontani e diversi dai nostri; a volte basta questo per creare indifferenza o astio reciproco in una conversazione banale. E' evidente quindi che un approccio di tipo "tradizionale", o "politicizzato" non può andare a buon fine, soprattutto con chi non è nato nel nostro paese. Per politicizzato non intendo ideologico, bensì che si rifa a un vocabolario politico comune e che permette la dialettica, anche tra idealità opposte. Con i migranti non è possibile raggiungere neanche questo livello minimo di interazione. Cosa è possibile fare, allora? Sicuramente procedere per gradi, e scendere ad un livello inferiore, quello della relazione umana. Attraverso la creazione di legami basati sulla conoscenza diretta e personale, è possibile stringere rapporti di fiducia reciproci, attraverso una comunicazione che è basata sì sulle parole, ma che ogni volta si accompagna ad un gesto reale, che può andare dalla semplice stretta di mano al servizio sociale complesso, come l'assistenza legale e sindacale. Fatta questa premessa, la logica impone che l'intervento debba articolarsi all'interno di un progetto che abbia i seguenti requisiti:
- sia continuo - sia a diretto contatto con le comunità di migranti - sia stanziale, riconoscibile, "materialmente" visibile
Un progetto che soddisfa questi requisiti è una struttura situata nel cuore del quartiere, che diventi parte di esso, e che permetta agli abitanti di gestirlo attivamente, e ai promotori di vivere la loro stessa realtà. I vantaggi, soprattutto dell'ultimo requisito, riguardano la capacità del gruppo promotore di avere sempre il polso della situazione, sia per quanto riguarda i problemi, sia per quanto riguarda le possibili "incursioni" di forze razziste e fomentatrici di odio, avide di strumentalizzare i disagi del quartiere per i propri fini ideologici e politici.
Come intervenire?
Abbiamo visto come sia necessario un approccio prepolitico e basato sulle relazioni umane per stabilire un terreno di fiducia su cui comunicare. E' ovvio però, che se l'obiettivo finale è quello di coinvolgere i migranti in lotte territoriali per la rivendicazione dei propri diritti e al tempo stesso evitare lo scontro culturale (le due cose non possono che andare di pari passo), favorendo la convivenza, si deve studiare la maniera di tessere una rete di solidarietà che investa i bisogni e che sia trasversale e interessante per tutti gli abitanti del quartiere, nativi e stranieri. Una volta costruita questa rete, che avrebbe come nodo la struttura che abbiamo ipotizzato, sarà possibile - e naturale - attivarla verso le mobilitazioni oppure verso la soluzione di "crisi" di convivenza senza ricorrere alla repressione poliziesca. Una rete di questo tipo si produce, inizialmente, promuovendo e attivando una serie di servizi sociali di base, volti alla soddisfazione delle necessità più urgenti. A questi si devono aggiungere periodici momenti conviviali e aggregativi che permettano la conoscenza diretta tra gli abitanti, cosa che è tanto semplice quanto efficace nel dissipare la diffidenza verso il diverso. Resta da capire come scardinare il muro di ostilità latente presente sia tra gli stranieri che tra i livornesi, che purtroppo si è già inspessito notevolmente. Per tentare di trovare una soluzione, sono necessarie alcune considerazioni, per così dire, che stanno tra il sociologico e l'antropologico, e che permettano di stabilire una strategia di penetrazione positiva e vincente. Lo scontro sociale solitamente passa e si alimenta soprattutto attraverso le figure maschili, siano esse padri di famiglia, siano esse giovani nel pieno delle proprie energie e desideri. Il padre di famiglia si sente responsabile della sicurezza dei propri cari, nonchè investito del ruolo di difensore della proprietà, e in alcuni casi della comunità, quando essa è coesa. Il giovane, dall'adolescenza alla maturità, passa per una fase particolare, che lo spinge a cercare affermazione, rispetto e autonomia. Quando queste esigenze non riescono a trovare la propria soddisfazione, è facile che si tramutino in aggressività. Dal canto suo, anche lo Stato si dota di figure maschili per attuare i propri meccanismi repressivi, meccanismi che sfociano più facilmente nella violenza e nel sopruso se l'obiettivo da colpire è un maschio. Quando si delinea il terreno dello scontro culturale e sociale, le mine di questo terreno sono quasi sempre figure maschili. Questo, ovviamente, non significa che i danni dello scontro e del degrado sociale investano in minor misura le donne, anzi; sono proprio loro le maggiori vittime di questa situazione.
La centralità della donna
Se lo scopo del progetto è quello di cucire una rete di solidarietà che penetri nel quartiere, la cosa migliore da fare è che i nodi siano stretti da donne e tra donne. Abbiamo detto che la donna migrante è spesso colei che subisce maggiormente il peso dell'emarginazione sociale e culturale, ma non abbiamo detto quali sono i ruoli della donna in qualsiasi comunità umana, quali sono le sue prerogative e perchè crediamo che indirizzare le attività della struttura eminentemente alle donne, migranti e non, sia la strategia vincente. Purtroppo la discriminazione sessuale imperante nella nostra cultura, e ancor di più nelle culture della maggior parte dei popoli che migrano, impone alla donna il compito di allevare i figli e di occuparsi della vita domestica. A questa divisione dei compiti forzata, il capitalismo ha aggiunto il surplus di sfruttamento e alienazione derivante dal lavoro, che da essere un'occasione di emancipazione nei paesi occidentali, è diventato oggi una dolorosa necessità, considerando il livello di precarietà economica in cui ampissime fasce di popolazione vivono e il parallelo livello di sfruttamento sul posto di lavoro. Questa condizione peggiora molto nel caso della donna migrante, che si trova a dover affrontare giornate di lavoro massacranti, nella più totale privazione di diritti, e a dover anche pensare alla propria famiglia, considerando anche che gli orari di lavoro dei migranti sono paragonabili attualmente a quelli dei nostri operai nei primi decenni del secolo scorso. Eppure, nonostante tutte queste prerogative negative, tale discriminazione provoca alcune conseguenze sociali, che, sommate alla natura femminile possono permetterci di configurare la donna come centrale all'interno di un percorso di costruzione di solidarietà sociale e di coesione sociale, nonchè di mobilitazione nelle lotte per i diritti. La donna, in tutte le società, è il "cemento" di una comunità. E' lei che vive maggiormente il territorio, che stabilisce relazioni umane con gli altri abitanti, che condivide necessità e virtù. Nel caso dei migranti, è innegabile considerare che l'uomo spesso utilizza il territorio in cui vive come un dormitorio, in cui rifugiarsi dopo il lavoro; la donna migrante invece è capace di interagire con chi vive attorno al nucleo familiare. Probabilmente si tratta di un effetto della - ingiusta - divisione dei compiti tradizionale: occuparsi della casa significa svolgere tutta una serie di attività che però perlomeno hanno l'effetto positivo di permettere alla donna migrante di vivere il proprio quartiere e di farsi conoscere. La donna nel suo ruolo di madre ha inoltre l'enorme responsabilità - spesso totale - dell'educazione dei figli; ma è anche per questa ragione che è forse la madre l'unica figura parentale in grado di intervenire sul comportamento di un giovane quando questo sta rompendo i legami con tutti e si avvia verso un percorso autodistruttivo. Le madri inoltre hanno la capacità di stabilire spontaneamente legami di solidarietà, proprio grazie alla medesima condizione: inutile evidenziare le potenzialità dirompenti di ciò per rompere diffidenza e ostilità nella convivenza tra persone di diversa nazionalità. La donna non si lascia solitamente trasportare dall'effetto domino dell'aggressività e della reazione violenza, anzi, tende a porre una forte resistenza, dimostrando spesso coraggio e fermezza laddove prevale l'ira e l'irrazionalità. In sostanza, possiamo concludere che:
- la donna migrante è l'elemento più debole di fronte al meccanismo dello sfruttamento e dell'emarginazione - la donna migrante è l'anello più forte della catena della solidarietà sociale
E' evidente che queste due caratteristiche la rendano un soggetto privilegiato verso cui indirizzare attività di tipo sociale che non siano mero assistenzialismo, ma che portino gradualmente alla creazione di una rete cosciente e attiva sul territorio.
Che tipo di attività svolgere?
Brevemente, possiamo ipotizzare una rosa di attività che rispettino le premesse teoriche già esposte, soprattutto quelle dell'importanza dell'intervento sulla seconda generazione di migranti e sulla centralità della donna:
- attività di ludoteca e intrattenimento dei bambini figli di donne migranti lavoratrici negli orari critici - scuola popolare di italiano e alfabetizzazione - scuola di alfabetizzazione informatica - feste di quartiere periodiche - sportello informativo su: assistenza legale e fiscale, assistenza medico sanitaria - cene sociali con cucina etnica e altre attività di tipo aggregativo-ricreativo - organizzazione di incontri e dibattiti tra gli abitanti del quartiere - produzione di un giornalino del quartiere nel quale siano possibile per tutti esporre problemi e proporre soluzioni - concorsi letterari o fotografici che abbiano come tema la realtà del quartiere - "gare" tra le attività professionali insediate e praticate sia da migranti che nativi (parrucchieri, bar, etc.) - corsi musicali di percussioni per bambini svolti da migranti - informazione e coordinamento per mobilitazioni per i diritti dei migranti
Quali soggetti coinvolgere nel progetto?
Un progetto di questo tipo dovrebbe coinvolgere tutte le realtà di base che si occupano della condizione dei migranti: collettivi, sindacati e comitati di base, forze politiche di movimento, organizzazioni che si occupano di tematiche di genere, associazioni di cittadini, gruppi che si occupano di documentazione sociale, comunità straniere, ma anche individui, soprattutto attivi nel campo della formazione e dell'intercultura. E' preferibile evitare un coinvolgimento diretto da parte di forze partitiche, proprio per non sconfinare da una tipologia di intervento che deve sempre rimanere a cavallo tra il socioculturale e la formazione di una coscienza attiva sulla propria condizione. Saranno i migranti stessi poi ad individuare forme di autorganizzazione politica a loro più congeniali. |
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